martedì 18 dicembre 2012

BUONE FESTE


Anche quest'anno gli abitanti del tarantino restano senza voli (anche quelli "minimi" - Roma e Milano). 
Un grazie di cuore a quegli amministratori e politici (alcuni coinvolti in recenti intercettazioni...) che fanno di tutto per mortificare questa terra: bravi!

domenica 16 dicembre 2012

AL PUNTO DI PARTENZA

dalla Stampa del 14/12/2012

dopo 6 anni di sperpero di denaro pubblico, i "capitani coraggiosi" voluti da Silvio, con accordi sottobanco (vedi: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=3908222225340&set=a.1341204051490.2042248.1272845665&type=1&theater), anche e soprattutto ai danni dei tarantini, si ritorna al punto di partenza: Alitalia passa ad AirFrance.

Articolo di Alessandro BARBERA (la Stampa)
Niente ricapitalizzazione, salvataggio pubblico o nozze arabe. Il futuro di Alitalia è scritto nella volontà della sua promessa sposa e prima azionista Air France-Klm. La banca d’affari Lazard, consulente di fiducia della compagnia franco-olandese, ha avuto mandato dal numero uno Jean-Cyril Spinetta di preparare il piano di fusione fra le due compagnie. 
 Il piano, secondo quanto riferiscono fonti confidenziali, è pronto per essere sottoposto ai soci italiani di Alitalia e prevede la nascita di un’unica holding fra le tre compagnie con un’operazione carta su carta di scambio di azioni. Il 12 gennaio scade la clausola di lock-up che i ribattezzati capitani coraggiosi firmarono cinque anni fa con la regia dell’allora amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Passera. Era il dicembre del 2008 e Berlusconi voleva a tutti i costi salvare l’italianità della compagnia sommersa dai debiti. 
 Quella decisione cancellò la gara voluta da Prodi che individuava nei francesi l’unico partner possibile. Per ironia della sorte, o semplicemente per l’ineluttabile logica delle cose, le lancette tornano indietro di sei anni. 
Dopo mesi di passione, il colosso franco-olandese sta migliorando i conti. L’ultima trimestrale (da luglio a settembre) dice che Air France-Klm ha avuto cinquecento milioni di risultato operativo, cento in più dello stesso periodo del 2011. 
A luglio dell’anno scorso il titolo aveva toccato i minimi storici - tre euro ad azione - ora è stabilmente sopra i sette, e le previsioni sono di un’ulteriore salita nel corso del 2013. Ecco perché, dopo aver messo nel cassetto il progetto ed essersi concentrato sulla ristrutturazione della compagnia, Spinetta - 69enne di origine corse - torna sul dossier con il quale vorrebbe chiudere la sua lunga carriera. Per Alitalia, i suoi soci e l’amministratore delegato Andrea Ragnetti prendere una decisione sarà difficile. E’ il tema di cui ieri si è discusso a lungo in un consiglio di amministrazione. 
La clausola di lock-up scade il 12 gennaio e prevede che fino al 28 ottobre il trasferimento a terzi avvenga a condizione che gli altri soci non esercitino il diritto di prelazione. Ma molti dei soci sono presi da altri problemi: Emilio e Fabio Riva, i più importanti dopo i francesi e Intesa, sono rispettivamente agli arresti e ricercato, stessa cosa vale per Francesco Bellavista Caltagirone. Marcello Gavio non c’è più, Fondiaria Sai e le sue partecipazioni sono finite a Unipol. 
La palla è dunque nelle mani di Intesa, che nel frattempo ha cambiato amministratore delegato - Tommaso Enrico Cucchiani - del socio-presidente Roberto Colaninno e della politica, che - pur non essendo più azionista - dovrà inevitabilmente dire la sua. 
La storia si ripete beffardamente, perché il momento delle decisioni arriva nel pieno di una transizione: su quale tavolo arriverà la richiesta dei francesi? Su quello del governo uscente e di un premier (Monti) il cui destino politico è ancora incerto oppure i soci Alitalia attenderanno il nuovo inquilino di Palazzo Chigi? La risposta non è scontata, perché i conti non vanno bene e una decisione potrebbe rendersi necessaria prima di giugno, e perché fra i soci non c’è una linea comune, se non quella di evitare una ricapitalizzazione a spese loro.
Due giorni fa, in un’intervista al Messaggero, Ragnetti ha rivendicato «mani libere» per discutere il suo futuro anche con gli arabi di Etihad. La verità è un altra: per ragioni azionarie e industriali il destino della compagnia italiana è segnato, e le parole di Ragnetti servono ad alzare il prezzo della trattativa. Insomma, è solo una questione di tempo e di prezzo: ad Alitalia credono che una azione di Air France ne valga al massimo quattro delle sue, i francesi immaginano un concambio di uno a sette.  

sabato 8 dicembre 2012

LO SCAMBIO


Vi propongo l'art. di Alberto Statera, che offre una ...rilettura del famoso esborso di € 120 milioni versati nella stiva dell'Alitalia, dietro richiesta di Silvio Berlusconi. Fatto strano, perchè Riva, come giustamente fa notare Marcello Cometti, non chiede di riaprire l'aeroporto di Taranto (che farebbe tanto comodo ai suoi dipendenti), ne tanto meno aveva interessi a fare business con gli aerei: tutti sapevano che l'Alitalia era ed è in pessime acque. 
                                       gli articoli di Marcello Cometti sulla Gazzetta

a.statera@repubblìca.it
I "patrioti", alias "capitani coraggiosi” o "cavalieri bianchi", selezionati quattro anni fa per salvare l'Alitalia da Silvio Berlusconi e da Corrado Passera, allora capo di Banca lntesa e oggi ministro delle Infrastrutture e dello Sviluppo economico, se continua così potranno darsi appuntamento, in qualche aula di giustizia o in qualche penitenziario. L'ultimo del club patriottico vestale dell' "italianità " finito agli arresti per le accuse di corruzione, concussione e associazione a delinquere, di nome non fa Silvio Pellico, ma Emilio Riva, quel vecchio padrone delle ferriere che una quindicina d'anni fasi prese l'acciaio di Stato dell'Ilva attraverso una delle tante privatizzazioni "farlocche" (copyright Matteo Renzi) e che ha continuato, secondo le accuse, ad avvelenare gli abitanti di Taranto.
Prima di lui era finito in ceppi con l'accusa dì truffa aggravata Francesco Caltagìrone Bellavista, mentre l'altro patriota Salvatore Ligresti le sue prigioni le aveva già fatte ai tempi dì Tangentopoli e oggi è di nuovo indagato anche inseguito al dissesto del suo gruppo. Ma è Riva, che le agiografie descrivono come un ex fattorino che sì è fatto da sé da "rottamaio" a grande capitalista dell'acciaio, il più patriota tra i venti patrioti che nel 2008 furono precettati da Berlusconi per salvare l'Alitalia e sottrarla alle grinfie degli invasori d'Oltralpe.
Fu lui, infatti, che sborsò 120 milioni di euro per accollarsi il 10 per cento dell'ex Compagnia di bandiera, divenendone il primo azionista italiano dopo Air France. E' vero che per uno che con l'Ilva ha incamerato utili per miliardi in pochi anni quei milioni sono un sacrificio tollerabile e che, alla fine, la folle operazione berlusconiana l'abbiamo pagata tutti noi italiani. Ma che cosa ebbe allora in cambio l'ex rottamaio di residuati bellici ben noto per il suo "braccino corto"?
Mentre la Cai, la nuova Alitalia privata, va giù a precipizio, come segnala nel suo ultimo libro ("Banchieri & Compari") Gianni Dragoni, avendo mangiato in tre anni quasi un miliardo e 200 milioni, si comincia a guardare alla strana storia dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) rilasciata dal governo Berlusconi all'Uva. Per concederla si batté come una leonessa l'allora ministra dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo e qualcuno disse che fu disegnata su misura come un tailleur sullo stabilimento di Taranto. La commissione Aia incaricata di redigere il verdetto fu riempita dì ignoti personaggi soprattutto siciliani, come la ministra, e presieduta da tale Fabio Ticalì un trentenne, autore di una pubblicazione sul "ravaneto", che è nelle cave di pietra quel luogo in pendenza dove si accumulano i detriti, che con l'aria alla diossina di Taranto sembra non c'entri molto. Del resto, come dice in una telefonata Fabio Riva, figlio del patron, due casi di cancro in più che saranno mai, se non "una minchiata"?
Anche questa storia, tra le mille dell'epoca berlusconiana, temiamoci riserverà altre nauseanti sorprese, tanto che oltre alle singole inchieste andrebbe in vacato una sorta Gran Giurì su tutte le nefandezze del berlusconìsmo. Intanto, per favore, nessuno osi più chiamare patrioti i molti ceffi del capitalismo italico.